Olympic: la macchina formato 127 della Closter

Una piccola macchina per le Olimpiadi

La casa di produzione Closter

La casa di produzione Closter (più precisamente: Closter – Costruzioni fotografiche S.r.l.) nasce a Roma nel 1949. In quegli anni la produzione fotografica in Italia era fervida e ricca di idee. Si stava uscendo dal periodo post-bellico e si sentiva un grande bisogno di distrazioni e gioia di vivere.

La Closter produsse macchine di buona qualità. Alcuni modelli destinati ad una utenza più evoluta, altri rivolti ad un pubblico più amatoriale. Rientrava nella stessa fascia di mercato della Ferrania e della Bencini.

Nei primi anni ’60 sposta la produzione a Milano, prendendo il nome di Nuova Closter. Chiuderà poi nel 1965.

La Olympic

Si tratta di una macchina economica, destinata ad un pubblico amatoriale, anche se possedeva alcune facili regolazioni che poi sarebbero scomparse nelle semplici macchinette tipo Instamatic della Kodak.

Venne commercializzata nel 1959, in occasione della XVII Olimpiade di Roma svoltasi nel 1960. Il nome sanciva lo stretto legame con questo evento.

Caratteristiche estetiche

Ha il corpo in alluminio satinato con alcuni dettagli verniciati in nero, solido ma molto leggero, di facile manipolazione. La finitura era in finta pelle e c’erano versioni in diverso colore, il più diffuso fu il nero.

La linea era molto più moderna ed accattivante rispetto alle concorrenti dell’epoca, l’impegno progettuale della casa romana fu ripagato da un discreto successo.

Macchina fotografica Olympic - 1959

La versione con finitura in finta pelle nera della Olympic Closter.

Caratteristiche tecniche

La Olympic era equipaggiata con un obiettivo 55mm, calcolato secondo la diagonale del negativo, risultando così un leggerissimo teleobiettivo (prometto un articolo specifico su questo argomento!).

Era progettata per utilizzare un rullo di formato 127. Questo formato era stato introdotto dalla Kodak nel 1912, aveva una larghezza di 46mm e una lunghezza di poco più di 50cm.

La Olympic scattava negativi 3x4cm, arrivando a 16 foto per ogni rullo.

Le dimensioni del negativo, più grandi di quelli che si potevano avere da un rullino 135, permettevano una qualità delle stampe di maggior livello.

La scelta del formato 127 era anche dettata dalla maggiore semplicità dei meccanismi necessari all’avanzamento della pellicola, consentendo così di contenere i costi e quindi contribuire alla economicità del prodotto.

L'interno della Olympic.

Vista interna della macchina dopo aver rimosso il dorso, con il dettaglio dell’alloggiamento dei rulli.

La messa a fuoco

Nella parte anteriore dell’obiettivo è presente una ghiera, con una piccola vite che fa da indice per la regolazione della messa a fuoco, che va da 1 metro all’infinito.

Non era presente telemetro o altri meccanismi ottici di ausilio alla focheggiatura quindi, si faceva “a occhio”. Si stimava la distanza del soggetto e si regolava la ghiera di conseguenza, posizionando l’indice sul numero di metri che avevamo stimato.

Diaframma

Le aperture del diaframma erano limitate a tre: 8, 11 e 16, comunque sufficienti per consentire scelte creative in diverse situazioni di scatto.

Anche qui l’economia la faceva da padrona, i diaframmi consistevano in tre fori su una placchetta di alluminio verniciata di nero. La ghiera per la regolazione spostava la placchetta posizionando il foro corrispondente all’apertura indicata sulla ghiera all’interno dell’obiettivo.

Un diaframma a lamelle, cosiddetto “ad iride” sarebbe stato più complesso e costoso.

Il tempo di posa

Una curiosa levetta nella parte bassa dell’obiettivo, consentiva di scegliere due velocità di scatto, o meglio, la velocità di scatto di 1/50 di secondo e la posa Bulb.

Il 50esimo di secondo era l’utilizzo più frequente, mentre la posa Bulb (o posa B) permetteva, come ancora oggi, di misurare il tempo di esposizione del negativo.

Con la levetta regolata su “B”, quando si premeva il pulsante di scatto e lo si teneva premuto, l’otturatore rimaneva aperto fino a che non si rilasciava il pulsante stesso.

In questo caso, il tempo di esposizione era deciso dal fotografo, calcolandolo contando a mente i secondi oppure osservando un cronometro.

Oggi non tutte le macchine fotografiche consentono questa possibilità ma, allora, era uno standard avere questa opzione, per determinare, a secondo delle esigenze, il tempo di esposizione.

Il Flash

Una slitta sul lato destro della parte alta della macchinetta era prevista per l’alloggiamento del Flash. Questo, alimentato autonomamente con batterie, veniva collegato alla macchina attraverso un cavetto inserito nel contatto collocato sull’obiettivo.

Esempio di collegamento del Flash

Un esempio di collegamento del Flash su un modello Closter.

Al momento dello scatto il pulsante chiudeva il circuito e faceva lampeggiare la lampadina collocata nel Flash.

Nella foto sopra vediamo il tipico collegamento fra macchina e Flash, il modello nella foto non è la Olympic ma il principio rimane lo stesso.

Il filmato su YouTube

Se vuoi vedere in dettaglio tutte le caratteristiche della Olympic della Closter ti suggerisco di vedere il filmato qui sotto. Ti racconto la macchina in tutti i suoi dettagli.


Ora sai quasi tutto della Olympic prodotta dalla Closter di Roma.

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